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1 febbraio 2010

Uno spettacolo molto brutto e pericoloso





di Peppino Caldarola

La scena si è ripetuta in quasi tutte le Corti d'appello italiane, tranne in alcuni tribunali del Sud e della Sicilia. I magistrati hanno abbandonato l’aula nel momento in cui ha preso la parola il rappresentante del Governo. Pm e giudici molti noti al grande pubblico e giovani rappresentanti dell’ordine giudiziario con le loro palandrane nere e la Costituzione in mano se ne sono andati per non ascoltare le parole del rappresentante dell’esecutivo. Una protesta clamorosa, e non nuova, che ha rimesso al centro del dibattito il tema del pessimo rapporto fra magistratura e politica.






Diciamolo subito. È stato un brutto spettacolo. Fra i tanti modi che hanno i magistrati a disposizione per manifestare il loro dissenso dalle scelte del Governo e del Parlamento l’abbandono dell’aula nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è il peggiore e il più pericoloso.

Ci sono tre critiche da fare. La prima è che rifiutarsi di ascoltare le ragioni dell’avversario (ma è normale in un Paese civile che governo e giustizia siano avversari?) rappresenta una degenerazione polemica che produce nuovi conflitti. Il secondo è il venir meno di un comportamento istituzionale. La magistratura non è una corporazione, anche se molti suoi atteggiamenti fanno pensare a questa deviazione, ma una istituzione dello Stato. Nel momento solenne in cui si celebra il valore della funzione giurisdizionale, l’abbandono delle aule retrocede il ruolo del magistrato a quello del dissidente professionale e istituzionale producendo così una ferita che sarà sempre più difficile sanare. Il terzo è che il messaggio lanciato alla pubblica opinione è devastante. Se i magistrati invitano alla disobbedienza civile non riconoscendo autorevolezza, anche nel contrasto, a uno dei poteri dello Stato siamo di fronte a un appello alla ribellione che se venisse accolto porterebbe questo Paese di fronte a uno stadio di guerra civile non conclamata.

Con quale autorevolezza potranno questi stessi magistrati decidere su altri conflitti che dovessero sorgere fra privati cittadini e rappresentanti della cosa pubblica? Quante altri gesti di disubbidienza potranno essere affidati alle cure di magistrati che spesso sono severi con i più diseredati e indulgenti con se stessi? Ieri abbiamo ascoltato anche parole serie e severe. L’invito che è echeggiato in alcune sedi giudiziarie alla sobrietà di comportamento dei rappresentanti dell’ordine giudiziario non risponde, infatti, a una esigenza di fair play ma riguarda direttamente il ruolo istituzionale della magistratura. Che credibilità può avere una magistratura che si piega a diventare uno dei tanti soggetti politici e che invade il campo della politica e spesso del Parlamento?

Da anni assistiamo a questo protagonismo giudiziario che non ha eguali in altri Paesi civili. Non stiamo parlando del ping-pong di accuse fra indagati celebri e magistrati inquirenti. Questo fa parte della polemica, diciamo così, normale. Anche Barack Obama non lesina giudizi severi verso quei corpi dello Stato che lo contrastano. Il conflitto fra chi governa e chi deve esercitare il controllo di legalità è nell’ordine naturale delle cose. La questione che vogliamo porre è un’altra. Fin dove deve spingersi un'istituzione dello Stato nell’affermare la propria supremazia rispetto alle altre istituzioni? La risposta dovrebbe essere scontata. Non dovrebbero esserci invasioni di campo né conflitti di ruolo né supremazie. Eppure in Italia il Csm viene regolarmente convocato ogni volta che il Parlamento affronta una discussione attorno a misure sulla giustizia con un giudizio preventivo assolutamente inopportuno. Eppure questo è un Paese che ha dimostrato di avere un bilanciamento di poteri e un sistema di garanzie funzionanti. Una è il Capo dello Stato, l’altra è la Corte costituzionale. La terza è la pubblica opinione.

Noi abbiamo criticato le recenti misure approvate dal Senato sul processo breve e avvertiamo il pericolo che una legislazione ad personam possa stravolgere il buon funzionamento della giustizia. Tuttavia non si può sfuggire a due considerazioni. La prima è che il sistema giudiziario, non solo per colpa di governo e Parlamento, è a livello dei più disastrati paesi del Terzo Mondo. La magistratura con le sue battaglie corporative ha una gravissima responsabilità nell’arretratezza del pianeta giustizia. La seconda è che il cortocircuito fra politica e giustizia porta a un incancrenirsi della situazione e a un perenne braccio di ferro. Avremmo bisogno che venisse ricostruito un terreno di confronto. Il gesto dell’abbandono delle aule giudiziarie invece cristallizza lo scontro e provoca ulteriori irrigidimenti.

I magistrati italiani devono decidere come vogliono essere rappresentati. Se scioperano come i metallurgici, che purtroppo hanno meno udienza, se abbandonano le aule di giustizia (che differenza c’è fra il gesto di ieri e quel magistrato sanzionato con l’espulsione che ha non ha voluto fare il suo lavoro in presenza del crocefisso?), si comportano come dipendenti statali. E se sono dipendenti statali allora non hanno diritto all’indipendenza, all’autonomia ma devono essere subalterni a una gerarchia pubblica che li sovrasta. Se sono, come sono e come vogliamo che continuino a essere, un pezzo dello Stato devono comportarsi di conseguenza e avere rispetto di se stessi e delle altre autorità dello Stato nonché della pubblica opinione. Quelle componenti interne che li incitano alla rivolta, e quei partiti che ingrassano sul mito dei giudici, stanno distruggendo la fragile intelaiatura dello Stato. Una brutta giornata per la democrazia. Speriamo che sia l’ultima.






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1 febbraio 2010

Ciancimino al processo Mori: «Provenzano aveva l'immunità»



Nuove rivelazioni di Massimo Ciancimino: chiamato a testimoniare al processo al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento, il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia ha parlato di un «accordo stabilito tra il maggio e il dicembre del 1992» grazie al quale il boss Provenzano godeva di una sorta immunità territoriale. «Mio padre mi disse - ha detto Ciancimino jr - che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente».

Nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo, Ciancimino ha deposto al processo ai generali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia. Il figlio dell'ex sindaco è ritenuto dalla procura uno dei testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. E le sue parole sull'«immunità» di Provenzano hanno un particolare peso dal momento che ai due ufficiali si contesta proprio il mancato arresto, nel '95, del boss mafioso all'epoca latitante. Secondo l'accusa proprio il blitz fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in gioco nell'accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni. 

«Tra il '99 e il 2002 - ha raccontato Ciancimino davanti alla quarta sezione del tribunale - Provenzano venne più volte a casa nostra a Roma, vicino a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio padre era agli arresti domiciliari», ha affermato il figlio dell'ex sindaco di Palermo, aggiungendo anche che il padre gli diceva come il rischio di questi incontri fosse maggiore per lui che per Provenzano, dato che a lui avrebbero potuto revocare i domiciliari, mentre «Provenzano era garantito da un accordo». Massimo Ciancimino ha detto di essere stato in più occasioni presente alle visite del capomafia corleonese nell'appartamento romano del padre: «Alcune volte lo ricevevo e altre l'ho visto quando usciva», ha affermato. 

Ciancimino ha anche rivelato che suo padre «nel 1990 si fece annullare l'ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione». Il teste ha fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale.




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27 gennaio 2010

La candidata Pdl ammette l’evasione



27 gennaio 2010
Rispetto all’acquisto della sua casa forse “una presunta irregolarità fiscale” ma dovuta a "un disguido"

Renata Polverini, tra mille distinguo, alla fine ammette quello che il Fatto Quotidiano ha scritto ieri: il candidato presidente della Regione Lazio del Pdl è un evasore fiscale.

La segretaria dell’Ugl condisce l’ammissione del suo errore, che lei chiama "disguido" con un’incoerente minaccia di querela finalizzata a ridurne l’impatto mediatico negativo.
Quello che conta, al di là della formula di rito sul "mandato ai legali" è che nel dicembre del 2002 la candidata a guidare una regione che ha il compito di far pagare le tasse ai suoi cittadini, non ha pagato le imposte dovute su un acquisto di una casa.

Nell’atto, che ieri abbiamo pubblicato in fotocopia, Renata Polverini chiede "di avvalersi delle agevolazioni fiscali previste dall’articolo 1 della Tariffa", cioé l’agevolazione prima casa che abbatte l’aliquota dal 10 al 3 per cento.

Per ottenere il risparmio di circa 19 mila euro, dichiara al notaio Giancarlo Mazza: "di non essere titolare esclusiva di diritti di proprietà su un’altra abitazione acquistata con le agevolazioni previste".

Peccato che l’allora vicesegretario dell’Ugl avesse comprato 9 mesi prima un altro appartamento con la medesima agevolazione. Dopo l’uscita della notizia sul nostro giornale, ieri, nessun politico della maggioranza e nemmeno dell’opposizione ha proferito verbo.

Solo il consigliere regionale Enzo Foschi del Pd ha avuto una reazione da paese normale: "Polverini deve dire se è vero quanto riferito da il Fatto Quotidiano. Ossia, ha realmente evaso le imposte sulla casa per un ammontare di circa 19 mila euro in merito all’acquisto di un appartamento, dopo aver goduto di prezzi a dir poco agevolati sull’acquisto di immobili che sulla carta valgono molto di più?".

Al mattino Renata Polverini è stata in silenzio. Ironia della sorte era impegnata in un convegno sull’emergenza abitativa dove ha dichiarato che la sua ricetta per risolvere il problema è "fare incontrare il pubblico con il privato per dare risposte a chi ha bisogno di casa".
Un incontro certamente redditizio nel suo caso, non c’è dubbio, visti i prezzi spuntati dall’Inpdap e dal Vaticano.

Nel pomeriggio è giunta a “Il Fatto” la sua lettera che pubblichiamo. Il tono è cortese e bisogna darne atto alla candidata del Pdl. Anche l’approccio si mostra sincero laddove ammette l’errore e si impegna ad assumersene la responsabilità. Meno dove scarica la colpa sui consulenti.
Una posizione indifendibile visto che la signora ha firmato di suo pugno la richiesta delle agevolazioni per il secondo acquisto della casa nel quartiere di San Saba (dalla banca del Vaticano) e non è possibile che non sapesse di essere già proprietaria di una prima casa all’Eur (comprata con lo sconto dall’Inpdap).

Inoltre, proprio nell’acquisto della prima casa all’Eur, Renata Polverini aveva dimostrato di conoscerne benissimo la disciplina fiscale. Per aggirare l’imposta di registro sulla seconda casa aveva fatto la donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima dell’acquisto. Invece di querelare, la Polverini dovrebbe andare avanti con più decisione sulla strada della trasparenza.
Magari restituendo quei 19 mila euro mancanti all’erario.




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22 dicembre 2009

In piazza contro il bavaglio al web

Micromega


"Libera rete in libero stato”, così si chiama la manifestazione promossa dal popolo viola e da altre associazioni che si svolgerà domani a Roma in piazza del Popolo a partire dalle ore 17.

La notizia ci è stata segnalata da Tania Passa, una collaboratrice di Articolo21, sempre in prima linea quando c’è da difendere la libertà di informazione, la legalità e la costituzione.

Vogliamo approfittarne per ringraziare lei e quanti, ogni giorno, senza tanti clamori si battono per impedire che questo paese sia travolto dai lanciatori di souvenir di ogni sorta, di ogni colore, di ogni specie.

Tra i più pericolosi ci sono i lanciatori di anatemi contro i giornali e i giornalisti sgraditi.
Nessun dialogo, nessun inciucio, nessun clima natalizio fermerà mai il partito del conflitto di interessi che si propone, sempre e comunque, di mettere sotto controllo tutte le piazze medianiche.

Gli assalti contro Santoro e Travaglio, contro Scalari e Mauro, contro l’Unità e l’Espresso, contro Rai3 e il Fatto, proseguiranno sino a quando non riusciranno ad ottenere il loro risultato: la repubblica presidenziale a telecomando unificato.

Per raggiungere questo risultato hanno bisogno di silenzio, di oscurità mediatica, di complicità diffuse.
Per queste ragioni bisogna continuare a sostenere e a incoraggiare chiunque abbia passione civile e non intenda delegare ad altri il proprio futuro, la propria libertà, il diritto a vivere in una democrazia fondata sulla divisione dei poteri e sulla prevalenza dell’interesse generale sull’interesse privato e sul conflitto di interessi.

Questo popolo della costituzione e della legalità si è organizzato e auto organizzato usando, tra gli altri strumenti, anche la rete, e non a caso il governo sta ora puntando a mettere sotto controllo i siti e i blog che ancora sfuggono alla brama del capo supremo.

Non sarà facile, neppure per loro, mettere le brache alla rete, neppure il governo cinese riesce a controllare tutto e tutti.

Però ci proveranno, anzi ci stanno già provando.
Da qui la decisione di promuovere una prima manifestazione e di promuovere una grande petizione popolare in rete.
Di seguito pubblichiamo l’appello:

“Internet è una piazza libera. Una sterminata piazza in cui milioni di persone si parlano, si confrontano e crescono. Internet è la libertà: luogo aperto del futuro, della comunicazione orizzontale, della biodiversità culturale e dell’innovazione economica.
Noi non accettiamo che gli spazi di pluralismo e di libertà in Italia siano ristretti anziché allargati.
Non lo accettiamo perché crediamo che in una società libera l’apertura agli altri e alle opinioni di tutti sia un valore assoluto.
Non lo accettiamo perché siamo disposti a pagare per questo valore assoluto anche il prezzo delle opinioni più ripugnanti.
Non lo accettiamo perché un Paese governato da un tycoon della televisione ha più bisogno degli altri del contrappeso di una Rete libera e forte.
Non lo accettiamo perché Internet è un diritto umano.
Libera Rete in libero Stato."

Chi non potrà recarsi a Roma, a piazza del Popolo, potrà partecipare in rete e riuscirà comunque a far sentire la sua voce contro ogni lanciatore di souvenir, quelli recenti e quelli di sempre che non smetteranno di colpire i propri bersagli sino a quando non saranno rimandati a casa, si spera il prima possibile.

Giuseppe Giulietti




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18 dicembre 2009

Fisco, il bilancio della Finanza nel 2009 evasi 30 miliardi di euro

la Repubblica.it

Ogni giorno sottratti al Fisco 90 milioni di euro. Paradisi fiscali: 5,4 miliardi
trasferiti in modo illegale in Svizzera, Lussemburgo, San Marino e Uruguay

Lotta alla mafia: oltre 5.000 indagati, sequestro record di beni per il valore di 2 miliardi
Lavoro in nero: denunciati quasi 6000 datori di lavoro, il 12,7% in più

Fisco, il bilancio della Finanza nel 2009 evasi 30 miliardi di euro

ROMA - Sono 30 i miliardi di euro di redditi non dichiarati e oltre 5 i miliardi di Iva evasa scoperti nel 2009 dalla Guardia di Finanza. Inoltre sono stati denunciati 8 mila evasori (dei quali 6.715 evasori totali e 1.343 evasori paratotali). Quest'anno l'opera di contrasto all'evasione fiscale da parte delle Fiamme Gialle ha fatto registrare il record degli ultimi decenni. Ogni giorno in media i verificatori della Guardia di Finanza hanno scoperto evasioni di redditi imponibili pari a 90 milioni di euro.

Per i prossimi mesi, il comandante delle Fiamme gialle, Cosimo d'Arrigo, ha annunciato 50 mila nuovi controlli effettuati attraverso l'utilizzo del 'redditometro'. "L'ancoraggio dei controlli alle prospettive di recupero effettivo dell'evasione - spiega - sarà rafforzato dall'effettuazione di 50 mila controlli sugli indici di capacità contributiva, ossia sul possesso e sull'utilizzo di beni di lusso di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati".

Frodi fiscali. Nel settore dei reati e delle frodi fiscali sono stati denunciati 9.517 soggetti (+28,7%), di cui 114 arrestati: le violazioni accertate sono state 8.860 (+12,6%), divise tra "emissione di fatture e documenti per operazioni inesistenti" (1.854), "dichiarazioni fraudolente" (2.886), "omessa dichiarazione" (1.404), "occultamento e distruzione di documenti contabili" (1.384), "dichiarazione infedele" (905). I beni mobili e immobili sottoposti a sequestro hanno superato i 270 milioni.

Reati societari. Per i reati societari sono state denunciate 470 persone - di cui 26 tratte in arresto - e sequestrati beni e disponibilità finanziarie per 45 milioni (contro i 4,5 del 2008); alla voce reati fallimentari risultano 1.350 denunce per bancarotta (+37.7%) e 98 arresti, oltre a sequestri di beni per 54 milioni, il doppio rispetto all'anno precedente; per abusivismo bancario e finanziario sono state denunciate 1.109 persone (+33,4%) di cui 59 tratte in arresto.

Lavoro in nero. Sul fronte dello sfruttamento della manodopera, sono stati scoperti 11.133 lavoratori irregolari (di cui 1.925 di origine extracomunitaria) e 15.192 lavoratori in nero (di cui 2.732 di origine extracomunitaria): 5.677 i datori di lavoro verbalizzati, il 12,7% in più.

Paradisi fiscali. I redditi trasferiti illegalmente all'estero ammontano a 5,4 miliardi di euro. Le evasioni - ha spiegato il generale di brigata, Giuseppe Vicanolo - sono avvenute attraverso esterovestizioni della residenza di persone fisiche e società, triangolazioni con paesi off shore e omesse dichiarazioni di capitali.

"Questi risultati sono solo l'inizio, non la fine, del piano di lotta ai paradisi fiscali che - ha spiegato Vicanolo - è stato varato in concomitanza con l'operazione scudo fiscale. Al momento sono in corso 1400 filoni di indagini nei confronti di detentori di capitali all'estero non dichiarati".

I paesi in cui si concentrano gli interessi degli evasori italiani all'estero sono la Svizzera (31%), Lussemburgo (16%), Repubblica di San Marino (6%) e Uruguay (5%). Vicanolo ha assicurato che la macchina operativa, che lavora in sinergia con l'agenzia delle entrate "è in piena corsa, non sta rallentando affatto, ma anzi sta rafforzando la propria marcia grazie all'azione di intelligence, all'analisi di rischio delle banche dati dei trasferimenti finanziari e internazionali".

Mafia. Quesi i risultati della lotta alla mafia da parte della Guardia di Finanza: indagati 5.279 soggetti, tra persone fisiche e società, sequestro record di beni per circa 2 miliardi di euro. Raddoppiate le confische rispetto al 2008.




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18 dicembre 2009

Draghi: «Occorre revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali»

CORRIERE DELLA SERA.it

L'appello del Governatore: 1,2 milioni di lavoratori sarebbero sprovvisti di tutele in caso di perdita del posto

Mario Draghi (Reuters)
Mario Draghi (Reuters)
PADOVA - C'è oggi «l'esigenza di una revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali con benefici per l'efficienza produttiva, la tutela dei lavoratori, l'equità sociale». Questo anche perché 1,2 milioni di lavoratori sarebbero sprovvisti di tutele in caso di perdita del posto di lavoro più 450.000 parasubordinati.

LA LAUREA - La valutazione è del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi che, parlando durante il conferimento della laurea honoris causa all'Università di Padova, ritiene che tale revisione è «oggi il prerequisito per un'estensione della flessibilità del mercato del lavoro a tutti i suoi comparti».

LE FAMIGLIE - Nel corso del suo intervento il Governatore ha parlato anche della fragilità finanziaria delle famiglie italiane definendola «bassa»: cioè ne è interessata solo una famiglia su 10. «La crisi finanziaria ha concentrato l'attenzione sulla capacità delle famiglie di sostenere gli oneri di un debito rapidamente crescente, sebbene ancora su livelli nettamente inferiori a quelli registrati negli altri paesi avanzati. Ricerche recenti condotte nella Banca hanno utilizzato le informazioni dell'indagine relative ai patrimoni, ai debiti e ai redditi per analizzarne l'andamento in rapporto alle caratteristiche delle famiglie nel periodo dal 1991 al 2006. L'analisi conferma nel complesso una condizione di bassa vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane. La "fragilità finanziaria" - definita come la percentuale di famiglie con una spesa per debiti superiore al 30 per cento del reddito disponibile, risulta complessivamente limitata, pari al 2 per cento, e interessa una famiglia indebitata su dieci».

STATISTICA MEGLIO DEI SONDAGGI - Nel corso del suo intervento il Governatore ha sottolineato il ruolo fondamentale della statistica indipendente per le decisioni di politica economica. «La statistica - dice Draghi - è essenziale per la politica economica: rivelando la realtà scuote le persone dall'ignoranza, comoda per giustificare l'inerzia dei loro comportamenti, prepara e informa il consenso politico necessario per l'azione conseguente, a cui dà il sostegno essenziale per misurarne l'intensità e la precisione. Perciò la discussione della politica economica deve ancorarsi a informazioni quantitative da tutti ritenute affidabili, più che a sondaggi spesso espressione di un'opinione pubblica largamente disinformata. È quindi fondamentale il ruolo della statistica ufficiale: la sua qualità soddisfa standard internazionali, è sottoposta allo scrutinio oculato della comunità scientifica. Per questo la sua indipendenza è essenziale e va tutelata in ogni suo aspetto».

IMMIGRAZIONE - Draghi ha poi parlato di immigrazione spiegando che non c'è evidenza statistica che alcune tipologie di reato siano collegate all'immigrazione: «Lo scorso anno, uno dei primi lavori econometrici su questo tema con il contributo di un ricercatore della Banca sulla base di dati amministrativi del Ministero della Giustizia e dell'Interno non ha trovato evidenza che tipologie di reato come i crimini contro il patrimonio, contro la persona e le violazioni della legge sugli stupefacenti siano da attribuire direttamente all'immigrazione».





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18 dicembre 2009

Santoro e Travaglio sotto tiro dal PdL: «Brigatisti dell’odio»

L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924



di Federica Fantozzi

Piove, Travaglio ladro: è forse l’unica accusa che dal centrodestra non gli hanno rivolto. Lui scherza: «Ho messo in fila la collezione di insulti che mi ha rivolto negli anni il Partito dell’Amore...». La risposta vera è affidata all’arena di Annozero, puntata dal titolo eloquente «I mandanti», sorvegliata speciale da vertici Rai e Agcom e la cui visione il fedele Bonaiuti ha «sconsigliato» al Berlusconi convalescente. Puntata incandescente, con scambi aspri tra Di Pietro e Maurizio Lupi. Avviata dal Buon Natale collettivo di Santoro: al premier «perché la violenza mi fa orrore», ai giornali «che lavorano con onestà: Repubblica, il Fatto, l’Unità», a Travaglio, e, provocatoriamente, a Spatuzza: «So chi è, ha fatto cose orrobili, ma ora parla e nella verità c’è il suo riscatto». Con buona pace dell’auspicio casiniano di ingabbiare i falchi e liberare le colombe, nel PdL la linea resta quella di Cicchitto, che ha individuato i mandanti di Piazza Duomo nel gruppo Espresso-Repubblica, nel Fatto «mattinale delle procure», nel giornalista torinese «terrorista mediatico ». E pur tacciato con durezza da Ezio Mauro di «trasformare l’aula parlamentare in bivacco piduista», non arretra, e anzi riceve soccorso stampa.

IL MATTO E LE «BRIGATE DELL’ODIO»
Missione: far passare il messaggio che dietro «il picchiatello» che ha colpito il premier ci siano «i brigatisti dell’odio, belve assetate di sangue, nell’attesa che gli venga segnato il bersaglio», e ovviamente Travaglio tra «i cultori dell’odio». (editoriale di Panorama, che segue unacopertina con l’ormai familiare volto insanguinato del premier e la scritta «Wanted. Vivo o morto»). Il Giornale fa un ulteriore salto di qualità, attribuendo in prima pagina persino la bomba anarchica alla Bocconi a «fans di Santoro e Travaglio, che li ha confortati e forse incoraggiati sostenendo che è giusto odiare e augurarsi la morte fisica degli avversari... Se Di Pietro fa l’equazione Berlusconi uguale Mussolini, prima o poi accade piazzale Loreto». Il tentativo, oltre che violento, è chiaro: cavalcare il gesto folle di un singolo per scoraggiare (è un eufemismo) le critiche al premier. Se ne è accorta la Fnsi: «La gravissima aggressione, subito condannata da tutti i media, sta diventando pretesto per intimidire e imbavagliare giornalisti critici. Chi cerca lì i mandanti morali dà un contributo potente all’ulteriore avvelenamento del clima». No, insomma, a «manovre censorie». E Di Pietro, ieri, ha agitato l’aula di Montecitorio assopita dalla fiducia sulla Finanziaria: «Voi criminalizzate come terroristi coloro che, come Travaglio, cercano di aprire gli occhi ai cittadini - ha detto rivolgendosi al governo - Mettete a rischio la vita di queste persone. Dire che Travaglio è un terrorista mediatico è emanare una sentenza di morte». Intanto la raccolta firme per il giornalista tocca le 40mila adesioni. A partire da Barbara Spinelli: «Senza di lui ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta facendo in questi anni ».





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18 dicembre 2009

Maroni rimuove il prefetto di Venezia

CORRIERE DEL VENETO.it

La Lega aveva accusato Gallerano d’essere morbido sui sinti. Insorge il centrosinistra. Galan: «Mala tempora»

Il ministro degli Interni Maroni con la presidente della Provincia Francesca Zaccariotto ed il prefetto Michele Lepri Gallerano (Pattaro/Vision)

Il ministro degli Interni Maroni con la presidente della Provincia Francesca Zaccariotto ed il prefetto Michele Lepri Gallerano (Pattaro/Vision)

VENEZIA – Avevano sperato nella sua rimozione nei corridoi della Provincia all'indomani del trasferimento di sinti veneziani. Lo avevano chiesto ad alta voce due settimane fa in occasione della tappa veneziana del ministro degli Interni Roberto Maroni per la festa dei Vigili del Fuoco. Ed è successo. Su richiesta dei leghisti veneziani, Michele Lepri Gallerano non è più il prefetto di Venezia e sarà sostituito a breve da Luciana Lamorgese. La decisione inappellabile e finale è stata presa dal Consiglio dei Ministri su indicazione dello stesso Maroni che, proponendo ventitré nuove nomine in un valzer di prefetti ha collocato Lepri Gallerano «in posizione di fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per assumere l'incarico di Commissario dello Stato per la Regione Sicilia».

Ma quello che può sembrare sulla cartaun avanzamento di carriera, si è rapidamente trasformato in una bomba politica che ha fatto insorgere l'intero centrosinistra veneziano e spaccato anche il centrodestra già in delicato equilibrio per la recente nomina di un leghista a candidato della Regione Veneto. Ed è infatti stato il presidente Giancarlo Galan il primo a criticare la decisione di Maroni appellandosi perfino al latino. «Mala tempora currunt quando si verificano queste coincidenze – ha detto – I prefetti come le nuvole vanno, vengono. Ma tutto ciò non è sempre un bene. Se accade a Venezia poi non è per nulla un bene». Perché anche se i fax del ministero non fanno alcun riferimento alle motivazioni del trasferimento del prefetto, è difficile non leggere in questa promozione-rimozione, a soli quattro mesi dall'insediamento, un'azione di forza della Lega, in vista, tra l'altro, delle prossime elezioni comunali della città lagunare, in concomitanza con quelli regionali.

«E' una decisione indecente e un episodio di gravità eccezionale – ha affermato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari che ha perfino telefonato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fermare la procedura di avvicendamento – è stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica perché gli si imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità dei sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio». Non è un mistero d'altra parte che i rapporti tra il prefetto e gli esponenti della Lega veneziana avevano raggiunto il loro apice di tensione proprio la notte del trasloco tra il 24 e il 25 novembre. A scatenare l'ira del Carroccio era stato il fatto che Lepri Gallerano, avvertito per tempo da Ca’ Farsetti, non avrebbe comunicato i tempi e i modi del trasferimento al ministro Roberto Maroni, con il quale stava cenando in occasione del G8 di San Servolo la sera del 24 novembre. Nulla di strano dunque secondo gli uomini del Carroccio, che spingono sul tasto fiduciario che effettivamente la legislazione prefettizia sancisce nero su bianco.

«E' una questione che riguarda il ministroRoberto Maroni, che ha saputo del trasferimento dei sinti dai giornali della mattina dopo e non dal prefetto – ribatte il parlamentare Corrado Callegari – La Lega veneziana non c'entra sulle nomine. L'aggressività e la volgarità di Cacciari sono fuori luogo e non meritano proprio nessun commento». Ma l'equazione è già stata fatta. E se alcuni (i Verdi, Rifondazione e l'Italia dei Valori) hanno azzardato un paragone tra le pressioni della Lega veneziana e le decisioni del ventennio fascista, non si può negare che esista un asse preferenziale tra Francesca Zaccariotto e il ministro Roberto Maroni, suo collega di partito e di corrente, e che la presidente della Provincia avesse chiesto già in più occasioni allo stesso Maroni di usare il suo ruolo per rimuovere Lepri Gallerano. Poco importa dunque che era stato proprio il ministro degli interni a trasferirlo da Padova a Venezia quando la Provincia era già saldamente in mano al centrodestra e alla presidente Zaccariotto. I tradizionali auguri di Natale che il prefetto farà oggi a tutti gli esponenti politici veneziani saranno anche un addio alla città lagunare.

Alessio Antonini




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16 dicembre 2009

Bankitalia: le famiglie italiane sono ancor più povere

L'Unità - Fondata da Antonio Gramsci nel 1924


È diminuita la ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2008. E risulta anche sempre più concentrata: il 10% più ricco ne detiene il 44%, mentre la metà più povera arriva appena al 10%. Alla fine del 2008, segnala la Banca d'Italia, la ricchezza netta per famiglia ammontava complessivamente a circa 348 mila euro. A prezzi costanti si tratta di un calo del 6,5% (-3,5% a prezzi correnti), tale da riportare il dato sui livelli di inizio decennio. La ricchezza netta pro capite ammontava invece a circa 138 mila euro: a prezzi correnti è scesa del 2,6% sul 2007, a prezzi costanti del 5,6%. Nel complesso, la somma delle attività reali e finanziarie al netto delle passività finanziarie risultava alla fine dell'anno scorso pari a circa 8.284 miliardi di euro. Il calo a prezzi correnti è pari all'1,9% (161 miliardi), come risultato di una rilevante riduzione delle attività finanziarie (-8,2%) e di un aumento delle passività (+3%), mentre la dinamica delle attività reali è risultata positiva benchè meno sostenuta (3%) di quella degli anni precedenti. A prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva rispetto al 2007 è risultata pari al 5% (circa 433 miliardi del 2008).

Secondo stime preliminari, nel primo semestre 2009, la ricchezza netta delle famiglie sarebbe rimasta sostanzialmente invariata. Alla fine del 2008 le attività reali rappresentavano circa il 69% della ricchezza netta (5.715 miliardi), le attività finanziarie circa il 41% (3.374 miliardi) e le passività finanziarie circa il 10% (805 miliardi). «Rispetto ai precedenti anni», si legge nel documento di via Nazionale, «la quota di ricchezza netta in attività reali è cresciuta, mentre quella detenuta in attività finanziarie ha subito una riduzione. La crescita della quota in passività finanziarie è stata lenta ma costante», sebbene il livello resti ancora piuttosto basso nel confronto internazionale. L'ammontare di passività delle famiglie italiane è infatti pari al 74% contro il 100% di Germania e Francia, il 130% degli Stati Uniti, il 140% del Canada e il 180% del Regno Unito.

Alla fine del 2008 la ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a circa 4.700 miliardi di euro, corrispondenti a circa 196.000 euro in media per famiglia. Il dato, a prezzi correnti, è cresciuto tra il 2007 e il 2008 di circa il 2,8% (circa 127 miliardi), un valore inferiore al tasso medio annuo del periodo 1995-2007 (circa il 6,6%), a causa del rallentamento del mercato immobiliare. In termini pro capite la crescita della ricchezza in abitazioni è stata inferiore, pari al 2,1%, dato l'aumento della popolazione pari allo 0,7% nello stesso periodo. A prezzi costanti la variazione della ricchezza in abitazioni rispetto al 2007 è risultata lievemente negativa, pari a -0,4% complessivamente e a -1,1% in termini pro capite. Sempre alla fine dell'anno scorso il 43,8% delle attività finanziarie era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni, partecipazioni e fondi comuni di investimento. Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano meno di un terzo del complesso delle attività finanziarie, mentre la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari a poco più del 5%. Le riserve tecniche di assicurazione ammontavano al 17,4% del totale delle attività finanziarie.

Tra il 2007 e il 2008 si è registrata una ricomposizione dei portafogli delle famiglie verso forme di investimento meno rischiose e più liquide. La quota detenuta in depositi bancari e in risparmio postale è cresciuta, infatti, di quasi 4 punti percentuali. Anche quella delle obbligazioni private è salita, passando dal 10,9 al 13,4 %. Per converso, l'ammontare detenuto in azioni e fondi comuni è diminuito, rispettivamente, di 7,1 e 2,3 punti percentuali. È rimasta stabile la quota di attività finanziarie delle famiglie detenuta in titoli di Stato italiani.

A fine 2008, le passività finanziarie delle famiglie italiane erano costituite per circa il 35% da mutui per l'acquisto dell'abitazione. La quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 12%, mentre gli altri prestiti personali al 26%. I debiti commerciali e gli altri conti passivi costituivano il 23% delle passività delle famiglie. Tra il 2007 e il 2008 il valore dei mutui per l'acquisto dell'abitazione è aumentato solo dello 0,6%, interrompendo la rapida crescita registrata negli anni precedenti (il tasso medio di crescita annuale tra il 1995 e il 2007 è stato di oltre il 15%). Una decelerazione ha caratterizzato anche il credito al consumo, dal 22,2% in media nel periodo 1995-2007, al 4,8% nell'ultimo anno. I debiti commerciali hanno invece accelerato.





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15 dicembre 2009

Lo scandalo Wind si allarga con l’arresto di Salvatore Cirafici



Lo scandalo Wind s’allarga. Entrano in scena i servizi segreti, con il vice-direttore dell'Aisi Paolo Poletti e vecchie conoscenze delle indagini Why Not e Poseidone, come il senatore calabrese del Pdl Giancarlo Pittelli.

L’arresto di Salvatore Cirafici, direttore della security Wind, ora rischia di diventare un ciclone. Parliamo dell’uomo che, per conto di Wind, ha gestito le richieste di intercettazioni avanzate dalle procure di tutta Italia: è agli arresti domiciliari dall'11 dicembre. È stato arrestato su richiesta del pm di Crotone Pierpaolo Bruni, che lo indaga per concorso in rivelazione del segreto d'ufficio, favoreggiamento, falso e induzione a rendere false dichiarazioni. L'inchiesta, che all'inizio si concentra sulle centrali energetiche del crotonese, vira sulla Wind quando il pm scopre un fatto strano: un maggiore dei carabinieri, Enrico Grazioli, sul quale stava indagando, sapeva di essere intercettato. Secondo l'accusa, glielo aveva riferito proprio Cirafici, ma questo è soltanto il primo passo.

Il pm scopre che Cirafici è in grado di sapere, praticamente in tempo reale, che la procura di Crotone sta avviando accertamenti anche su di lui. Quando il pm Bruni chiede di accertare l'intestatario di un numero Wind, la società risponde che si tratta di un numero “disattivo”. Il pm insiste. Sa bene che quel numero è attivo: ha intercettato una conversazione, che il maggiore Grazioli intratteneva proprio con l'intestatario di quel cellulare, quindi non ha dubbi. Il pm insiste e la Wind, finalmente, risponde che quell'utenza, in realtà, non è disattiva: appartiene proprio a Cirafici. Nasce così un sospetto ulteriore: che esistano utenze “criptate”, “disattive” soltanto in apparenza, mentre in realtà sono operative. Il sospetto è grave. Il “sistema” potrebbe eludere qualsiasi indagine. S'era forse messo in moto un sistema, basato su utenze “criptate”, che poteva consentire di depistare le indagini? È presto per dirlo. Ma è proprio il maggiore Grazioli a rivelare, durante un interrogatorio, d'aver saputo, dallo stesso Cirafici, che aveva “la disponibilità di schede telefoniche Wind non intestate e non riconducibili ad alcuno: erano quindi delle schede coperte, pertanto di pressoché impossibile riconducibilità a un soggetto, qualora fosse stata inoltrata specifica richiesta di intestatario da parte dell’Autorità Giudiziaria”. Non solo. “La tipologia di schede Wind di cui sopra”, continua Grazioli, potrebbero essere state “consegnate e date per l’uso anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo piano”.

Nella richiesta d'arresto, poi disposta dal gip di Crotone Gloria Gori, si leggono nuovi, importanti retroscena. Grazioli aveva seguito, come investigatore della polizia giudiziaria, le indagini Why Not e Poseidone. Tra gli indagati all'epoca, poi archiviato, anche il senatore del Pdl Giancarlo Pitelli. Interrogato da Bruni, Grazioli rivela: “Ritengo che Pittelli e Carchivi (nessuno dei due è indagato) volessero utilizzarmi come strumento per colpire appartenenti alle istituzioni che, secondo un loro distorto giudizio, compivano e compiono attività investigativa nei confronti di soggetti a loro vicini”. Poiché Grazioli e Pittelli entrano in contatto dopo Why Not e Poseidone, il riferimento è da intendersi a indagini successive, ma sono interessanti gli ulteriori passaggi dell'interrogatorio. Grazioli è interessato a un'assunzione nei servizi segreti. Cirafici mostra di volergli dare una mano. Ed è proprio per questo motivo, secondo l'accusa, che il direttore della Security Wind avvisa il maggiore che è sotto indagine: una pendenza pena-le, infatti, avrebbe compromesso l'operazione. Durante le intercettazioni, però, il pm sente nominare un certo “Paolino”.

Di chi si tratta? Di Paolo Poletti, vice direttore dell'Aisi, e a spiegarlo è sempre Grazioli, che conferma l'interessamento di Cirafici, attraverso Poletti (non indagato, ndr), per un posto nei servizi. Ma in un altro passaggio Grazioli rivela: “Cirafici mi chiedeva di attivarmi al fine di conoscere il contenuto dell'investigazione di cui, io e lui, eravamo oggetto (quella di Bruni, ndr). Mi disse che avrebbe interessato Pittelli e Poletti per ricevere informazioni”.




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