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1 febbraio 2010
Uno spettacolo molto brutto e pericoloso

di Peppino Caldarola
La scena si è ripetuta in quasi tutte le Corti d'appello italiane,
tranne in alcuni tribunali del Sud e della Sicilia. I magistrati hanno
abbandonato l’aula nel momento in cui ha preso la parola il
rappresentante del Governo. Pm e giudici molti noti al grande pubblico e
giovani rappresentanti dell’ordine giudiziario con le loro palandrane
nere e la Costituzione in mano se ne sono andati per non ascoltare le
parole del rappresentante dell’esecutivo. Una protesta clamorosa, e non
nuova, che ha rimesso al centro del dibattito il tema del pessimo
rapporto fra magistratura e politica.

Diciamolo subito. È stato un brutto spettacolo. Fra i tanti modi che
hanno i magistrati a disposizione per manifestare il loro dissenso
dalle scelte del Governo e del Parlamento l’abbandono dell’aula nel
giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è il peggiore e il più
pericoloso.
Ci sono tre critiche da fare. La prima è che
rifiutarsi di ascoltare le ragioni dell’avversario (ma è normale in un
Paese civile che governo e giustizia siano avversari?) rappresenta una
degenerazione polemica che produce nuovi conflitti. Il secondo è il
venir meno di un comportamento istituzionale. La magistratura non è una
corporazione, anche se molti suoi atteggiamenti fanno pensare a questa
deviazione, ma una istituzione dello Stato. Nel momento solenne in cui
si celebra il valore della funzione giurisdizionale, l’abbandono delle
aule retrocede il ruolo del magistrato a quello del dissidente
professionale e istituzionale producendo così una ferita che sarà sempre
più difficile sanare. Il terzo è che il messaggio lanciato alla
pubblica opinione è devastante. Se i magistrati invitano alla
disobbedienza civile non riconoscendo autorevolezza, anche nel
contrasto, a uno dei poteri dello Stato siamo di fronte a un appello
alla ribellione che se venisse accolto porterebbe questo Paese di fronte
a uno stadio di guerra civile non conclamata.
Con quale
autorevolezza potranno questi stessi magistrati decidere su altri
conflitti che dovessero sorgere fra privati cittadini e rappresentanti
della cosa pubblica? Quante altri gesti di disubbidienza potranno essere
affidati alle cure di magistrati che spesso sono severi con i più
diseredati e indulgenti con se stessi? Ieri abbiamo ascoltato anche
parole serie e severe. L’invito che è echeggiato in alcune sedi
giudiziarie alla sobrietà di comportamento dei rappresentanti
dell’ordine giudiziario non risponde, infatti, a una esigenza di fair
play ma riguarda direttamente il ruolo istituzionale della magistratura.
Che credibilità può avere una magistratura che si piega a diventare uno
dei tanti soggetti politici e che invade il campo della politica e
spesso del Parlamento?
Da anni assistiamo a questo protagonismo
giudiziario che non ha eguali in altri Paesi civili. Non stiamo parlando
del ping-pong di accuse fra indagati celebri e magistrati inquirenti.
Questo fa parte della polemica, diciamo così, normale. Anche Barack
Obama non lesina giudizi severi verso quei corpi dello Stato che lo
contrastano. Il conflitto fra chi governa e chi deve esercitare il
controllo di legalità è nell’ordine naturale delle cose. La questione
che vogliamo porre è un’altra. Fin dove deve spingersi un'istituzione
dello Stato nell’affermare la propria supremazia rispetto alle altre
istituzioni? La risposta dovrebbe essere scontata. Non dovrebbero
esserci invasioni di campo né conflitti di ruolo né supremazie. Eppure
in Italia il Csm viene regolarmente convocato ogni volta che il
Parlamento affronta una discussione attorno a misure sulla giustizia con
un giudizio preventivo assolutamente inopportuno. Eppure questo è un
Paese che ha dimostrato di avere un bilanciamento di poteri e un sistema
di garanzie funzionanti. Una è il Capo dello Stato, l’altra è la Corte
costituzionale. La terza è la pubblica opinione.
Noi abbiamo
criticato le recenti misure approvate dal Senato sul processo breve e
avvertiamo il pericolo che una legislazione ad personam possa
stravolgere il buon funzionamento della giustizia. Tuttavia non si può
sfuggire a due considerazioni. La prima è che il sistema giudiziario,
non solo per colpa di governo e Parlamento, è a livello dei più
disastrati paesi del Terzo Mondo. La magistratura con le sue battaglie
corporative ha una gravissima responsabilità nell’arretratezza del
pianeta giustizia. La seconda è che il cortocircuito fra politica e
giustizia porta a un incancrenirsi della situazione e a un perenne
braccio di ferro. Avremmo bisogno che venisse ricostruito un terreno di
confronto. Il gesto dell’abbandono delle aule giudiziarie invece
cristallizza lo scontro e provoca ulteriori irrigidimenti.
I
magistrati italiani devono decidere come vogliono essere rappresentati.
Se scioperano come i metallurgici, che purtroppo hanno meno udienza, se
abbandonano le aule di giustizia (che differenza c’è fra il gesto di
ieri e quel magistrato sanzionato con l’espulsione che ha non ha voluto
fare il suo lavoro in presenza del crocefisso?), si comportano come
dipendenti statali. E se sono dipendenti statali allora non hanno
diritto all’indipendenza, all’autonomia ma devono essere subalterni a
una gerarchia pubblica che li sovrasta. Se sono, come sono e come
vogliamo che continuino a essere, un pezzo dello Stato devono
comportarsi di conseguenza e avere rispetto di se stessi e delle altre
autorità dello Stato nonché della pubblica opinione. Quelle componenti
interne che li incitano alla rivolta, e quei partiti che ingrassano sul
mito dei giudici, stanno distruggendo la fragile intelaiatura dello
Stato. Una brutta giornata per la democrazia. Speriamo che sia l’ultima.
| inviato da sammarcanda il 1/2/2010 alle 13:5 | |
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1 febbraio 2010
Ciancimino al processo Mori: «Provenzano aveva l'immunità»
Nuove
rivelazioni di Massimo Ciancimino: chiamato a testimoniare al processo
al generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di favoreggiamento, il
figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia ha parlato di un
«accordo stabilito tra il maggio e il dicembre del 1992» grazie al quale
il boss Provenzano godeva di una sorta immunità territoriale. «Mio
padre mi disse - ha detto Ciancimino jr - che Bernardo Provenzano godeva
di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante,
poteva muoversi liberamente».
Nell'aula bunker dell'Ucciardone a
Palermo, Ciancimino ha deposto al processo ai generali dei carabinieri
Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato alla
mafia. Il figlio dell'ex sindaco è ritenuto dalla procura uno dei
testimoni chiave della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia che
avrebbe visto il Ros dei carabinieri tra i protagonisti. E le sue parole
sull'«immunità» di Provenzano hanno un particolare peso dal momento che
ai due ufficiali si contesta proprio il mancato arresto, nel '95, del
boss mafioso all'epoca latitante. Secondo l'accusa proprio il blitz
fallito per scelta dei carabinieri, sarebbe stato una delle poste in
gioco nell'accordo tra pezzi dello Stato e le istituzioni.
«Tra
il '99 e il 2002 - ha raccontato Ciancimino davanti alla quarta sezione
del tribunale - Provenzano venne più volte a casa nostra a Roma, vicino
a piazza di Spagna. Veniva quando voleva, senza appuntamenti. Tanto mio
padre era agli arresti domiciliari», ha affermato il figlio dell'ex
sindaco di Palermo, aggiungendo anche che il padre gli diceva come il
rischio di questi incontri fosse maggiore per lui che per Provenzano,
dato che a lui avrebbero potuto revocare i domiciliari, mentre
«Provenzano era garantito da un accordo». Massimo Ciancimino ha detto di
essere stato in più occasioni presente alle visite del capomafia
corleonese nell'appartamento romano del padre: «Alcune volte lo ricevevo
e altre l'ho visto quando usciva», ha affermato.
Ciancimino ha
anche rivelato che suo padre «nel 1990 si fece annullare l'ordine di
carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione». Il teste ha
fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la
misura, la prima sezione della Cassazione all'epoca presieduta dal
giudice Corrado Carnevale.
| inviato da sammarcanda il 1/2/2010 alle 13:0 | |
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27 gennaio 2010
La candidata Pdl ammette l’evasione

27 gennaio 2010
Rispetto all’acquisto della sua casa forse
“una presunta irregolarità fiscale” ma dovuta a "un disguido"
Renata
Polverini, tra mille distinguo, alla fine ammette quello che il
Fatto Quotidiano ha scritto ieri: il candidato presidente della
Regione Lazio del Pdl è un evasore fiscale.
La
segretaria dell’Ugl condisce l’ammissione del suo errore, che
lei chiama "disguido" con un’incoerente minaccia di querela finalizzata a
ridurne l’impatto mediatico negativo. Quello che conta, al di là
della formula di rito sul "mandato ai legali" è che nel dicembre del
2002 la candidata a guidare una regione che ha il compito di far pagare
le tasse ai suoi cittadini, non ha pagato le imposte dovute su un
acquisto di una casa.
Nell’atto, che ieri abbiamo pubblicato in
fotocopia, Renata Polverini chiede "di avvalersi delle agevolazioni
fiscali previste dall’articolo 1 della Tariffa", cioé l’agevolazione
prima casa che abbatte l’aliquota dal 10 al 3 per cento.
Per
ottenere il risparmio di circa 19 mila euro, dichiara al notaio Giancarlo
Mazza: "di non essere titolare esclusiva di diritti di
proprietà su un’altra abitazione acquistata con le agevolazioni
previste".
Peccato che l’allora vicesegretario dell’Ugl
avesse comprato 9 mesi prima un altro appartamento con la medesima
agevolazione. Dopo l’uscita della notizia sul nostro giornale, ieri,
nessun politico della maggioranza e nemmeno dell’opposizione ha
proferito verbo.
Solo il consigliere regionale Enzo
Foschi del Pd ha avuto una reazione da paese normale:
"Polverini deve dire se è vero quanto riferito da il Fatto
Quotidiano. Ossia, ha realmente evaso le imposte sulla casa per un
ammontare di circa 19 mila euro in merito all’acquisto di un
appartamento, dopo aver goduto di prezzi a dir poco agevolati
sull’acquisto di immobili che sulla carta valgono molto di più?".
Al
mattino Renata Polverini è stata in silenzio. Ironia della sorte era
impegnata in un convegno sull’emergenza abitativa dove ha dichiarato che
la sua ricetta per risolvere il problema è "fare incontrare il pubblico
con il privato per dare risposte a chi ha bisogno di casa". Un
incontro certamente redditizio nel suo caso, non c’è dubbio, visti i
prezzi spuntati dall’Inpdap e dal Vaticano.
Nel
pomeriggio è giunta a “Il Fatto” la sua lettera che pubblichiamo. Il
tono è cortese e bisogna darne atto alla candidata del Pdl.
Anche l’approccio si mostra sincero laddove ammette l’errore e si
impegna ad assumersene la responsabilità. Meno dove scarica la colpa sui
consulenti. Una posizione indifendibile visto che la signora ha
firmato di suo pugno la richiesta delle agevolazioni per il secondo
acquisto della casa nel quartiere di San Saba (dalla banca del Vaticano)
e non è possibile che non sapesse di essere già proprietaria di una
prima casa all’Eur (comprata con lo sconto dall’Inpdap).
Inoltre,
proprio nell’acquisto della prima casa all’Eur, Renata
Polverini aveva dimostrato di conoscerne benissimo la disciplina
fiscale. Per aggirare l’imposta di registro sulla seconda casa aveva
fatto la donazione della sua prima casa alla mamma pochi giorni prima
dell’acquisto. Invece di querelare, la Polverini dovrebbe andare avanti
con più decisione sulla strada della trasparenza. Magari restituendo
quei 19 mila euro mancanti all’erario.
| inviato da sammarcanda il 27/1/2010 alle 16:33 | |
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22 dicembre 2009
In piazza contro il bavaglio al web
Micromega
"Libera rete in libero stato”,
così si chiama la manifestazione promossa dal popolo viola e da altre
associazioni che si svolgerà domani a Roma in piazza del Popolo a
partire dalle ore 17.
La notizia ci è stata segnalata da Tania
Passa, una collaboratrice di Articolo21, sempre in prima linea quando
c’è da difendere la libertà di informazione, la legalità e la
costituzione.
Vogliamo approfittarne per ringraziare lei e
quanti, ogni giorno, senza tanti clamori si battono per impedire che
questo paese sia travolto dai lanciatori di souvenir di ogni sorta, di
ogni colore, di ogni specie.
Tra i più pericolosi ci sono i lanciatori di anatemi contro i giornali e i giornalisti sgraditi. Nessun
dialogo, nessun inciucio, nessun clima natalizio fermerà mai il partito
del conflitto di interessi che si propone, sempre e comunque, di
mettere sotto controllo tutte le piazze medianiche.
Gli assalti
contro Santoro e Travaglio, contro Scalari e Mauro, contro l’Unità e
l’Espresso, contro Rai3 e il Fatto, proseguiranno sino a quando non
riusciranno ad ottenere il loro risultato: la repubblica presidenziale
a telecomando unificato.
Per raggiungere questo risultato hanno bisogno di silenzio, di oscurità mediatica, di complicità diffuse. Per
queste ragioni bisogna continuare a sostenere e a incoraggiare chiunque
abbia passione civile e non intenda delegare ad altri il proprio
futuro, la propria libertà, il diritto a vivere in una democrazia
fondata sulla divisione dei poteri e sulla prevalenza dell’interesse
generale sull’interesse privato e sul conflitto di interessi.
Questo
popolo della costituzione e della legalità si è organizzato e auto
organizzato usando, tra gli altri strumenti, anche la rete, e non a
caso il governo sta ora puntando a mettere sotto controllo i siti e i
blog che ancora sfuggono alla brama del capo supremo.
Non sarà facile, neppure per loro, mettere le brache alla rete, neppure il governo cinese riesce a controllare tutto e tutti.
Però ci proveranno, anzi ci stanno già provando. Da qui la decisione di promuovere una prima manifestazione e di promuovere una grande petizione popolare in rete. Di seguito pubblichiamo l’appello:
“Internet
è una piazza libera. Una sterminata piazza in cui milioni di persone si
parlano, si confrontano e crescono. Internet è la libertà: luogo aperto
del futuro, della comunicazione orizzontale, della biodiversità
culturale e dell’innovazione economica. Noi non accettiamo che gli spazi di pluralismo e di libertà in Italia siano ristretti anziché allargati. Non
lo accettiamo perché crediamo che in una società libera l’apertura agli
altri e alle opinioni di tutti sia un valore assoluto. Non lo accettiamo perché siamo disposti a pagare per questo valore assoluto anche il prezzo delle opinioni più ripugnanti. Non
lo accettiamo perché un Paese governato da un tycoon della televisione
ha più bisogno degli altri del contrappeso di una Rete libera e forte. Non lo accettiamo perché Internet è un diritto umano. Libera Rete in libero Stato."
Chi
non potrà recarsi a Roma, a piazza del Popolo, potrà partecipare in
rete e riuscirà comunque a far sentire la sua voce contro ogni
lanciatore di souvenir, quelli recenti e quelli di sempre che non
smetteranno di colpire i propri bersagli sino a quando non saranno
rimandati a casa, si spera il prima possibile. Giuseppe Giulietti
| inviato da sammarcanda il 22/12/2009 alle 12:59 | |
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18 dicembre 2009
Fisco, il bilancio della Finanza nel 2009 evasi 30 miliardi di euro

Ogni giorno sottratti al Fisco 90 milioni di euro. Paradisi fiscali: 5,4 miliardi trasferiti in modo illegale in Svizzera, Lussemburgo, San Marino e Uruguay
Lotta alla mafia: oltre 5.000 indagati, sequestro record di beni per il valore di 2 miliardi Lavoro in nero: denunciati quasi 6000 datori di lavoro, il 12,7% in più
ROMA
- Sono 30 i miliardi di euro di redditi non dichiarati e oltre 5 i
miliardi di Iva evasa scoperti nel 2009 dalla Guardia di Finanza.
Inoltre sono stati denunciati 8 mila evasori (dei quali 6.715 evasori
totali e 1.343 evasori paratotali). Quest'anno l'opera di contrasto
all'evasione fiscale da parte delle Fiamme Gialle ha fatto registrare
il record degli ultimi decenni. Ogni giorno in media i verificatori
della Guardia di Finanza hanno scoperto evasioni di redditi imponibili
pari a 90 milioni di euro.
Per i prossimi
mesi, il comandante delle Fiamme gialle, Cosimo d'Arrigo, ha annunciato
50 mila nuovi controlli effettuati attraverso l'utilizzo del
'redditometro'. "L'ancoraggio dei controlli alle prospettive di
recupero effettivo dell'evasione - spiega - sarà rafforzato
dall'effettuazione di 50 mila controlli sugli indici di capacità
contributiva, ossia sul possesso e sull'utilizzo di beni di lusso di
valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati".
Frodi fiscali.
Nel settore dei reati e delle frodi fiscali sono stati denunciati 9.517
soggetti (+28,7%), di cui 114 arrestati: le violazioni accertate sono
state 8.860 (+12,6%), divise tra "emissione di fatture e documenti per
operazioni inesistenti" (1.854), "dichiarazioni fraudolente" (2.886),
"omessa dichiarazione" (1.404), "occultamento e distruzione di
documenti contabili" (1.384), "dichiarazione infedele" (905). I beni
mobili e immobili sottoposti a sequestro hanno superato i 270 milioni.
Reati societari. Per
i reati societari sono state denunciate 470 persone - di cui 26 tratte
in arresto - e sequestrati beni e disponibilità finanziarie per 45
milioni (contro i 4,5 del 2008); alla voce reati fallimentari risultano
1.350 denunce per bancarotta (+37.7%) e 98 arresti, oltre a sequestri
di beni per 54 milioni, il doppio rispetto all'anno precedente; per
abusivismo bancario e finanziario sono state denunciate 1.109 persone
(+33,4%) di cui 59 tratte in arresto.
Lavoro in nero.
Sul fronte dello sfruttamento della manodopera, sono stati scoperti
11.133 lavoratori irregolari (di cui 1.925 di origine extracomunitaria)
e 15.192 lavoratori in nero (di cui 2.732 di origine extracomunitaria):
5.677 i datori di lavoro verbalizzati, il 12,7% in più.
Paradisi fiscali.
I redditi trasferiti illegalmente all'estero ammontano a 5,4 miliardi
di euro. Le evasioni - ha spiegato il generale di brigata, Giuseppe
Vicanolo - sono avvenute attraverso esterovestizioni della residenza di
persone fisiche e società, triangolazioni con paesi off shore e omesse
dichiarazioni di capitali.
"Questi
risultati sono solo l'inizio, non la fine, del piano di lotta ai
paradisi fiscali che - ha spiegato Vicanolo - è stato varato in
concomitanza con l'operazione scudo fiscale. Al momento sono in corso
1400 filoni di indagini nei confronti di detentori di capitali
all'estero non dichiarati".
I paesi in cui
si concentrano gli interessi degli evasori italiani all'estero sono la
Svizzera (31%), Lussemburgo (16%), Repubblica di San Marino (6%) e
Uruguay (5%). Vicanolo ha assicurato che la macchina operativa, che
lavora in sinergia con l'agenzia delle entrate "è in piena corsa, non
sta rallentando affatto, ma anzi sta rafforzando la propria marcia
grazie all'azione di intelligence, all'analisi di rischio delle banche
dati dei trasferimenti finanziari e internazionali".
Mafia.
Quesi i risultati della lotta alla mafia da parte della Guardia di
Finanza: indagati 5.279 soggetti, tra persone fisiche e società,
sequestro record di beni per circa 2 miliardi di euro. Raddoppiate le
confische rispetto al 2008.
| inviato da sammarcanda il 18/12/2009 alle 12:39 | |
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18 dicembre 2009
Draghi: «Occorre revisione del nostro sistema di ammortizzatori sociali»
CORRIERE DELLA SERA.it
L'appello del Governatore: 1,2 milioni di lavoratori sarebbero sprovvisti di tutele in caso di perdita del posto
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| Mario Draghi (Reuters) |
PADOVA - C'è oggi «l'esigenza di una revisione del nostro
sistema di ammortizzatori sociali con benefici per l'efficienza
produttiva, la tutela dei lavoratori, l'equità sociale». Questo anche
perché 1,2 milioni di lavoratori sarebbero sprovvisti di tutele in caso
di perdita del posto di lavoro più 450.000 parasubordinati.
LA LAUREA - La valutazione è del Governatore della Banca
d'Italia, Mario Draghi che, parlando durante il conferimento della
laurea honoris causa all'Università di Padova, ritiene che tale
revisione è «oggi il prerequisito per un'estensione della flessibilità
del mercato del lavoro a tutti i suoi comparti».
LE FAMIGLIE - Nel corso del suo intervento il Governatore ha
parlato anche della fragilità finanziaria delle famiglie italiane
definendola «bassa»: cioè ne è interessata solo una famiglia su 10. «La
crisi finanziaria ha concentrato l'attenzione sulla capacità delle
famiglie di sostenere gli oneri di un debito rapidamente crescente,
sebbene ancora su livelli nettamente inferiori a quelli registrati
negli altri paesi avanzati. Ricerche recenti condotte nella Banca hanno
utilizzato le informazioni dell'indagine relative ai patrimoni, ai
debiti e ai redditi per analizzarne l'andamento in rapporto alle
caratteristiche delle famiglie nel periodo dal 1991 al 2006. L'analisi
conferma nel complesso una condizione di bassa vulnerabilità
finanziaria delle famiglie italiane. La "fragilità finanziaria" -
definita come la percentuale di famiglie con una spesa per debiti
superiore al 30 per cento del reddito disponibile, risulta
complessivamente limitata, pari al 2 per cento, e interessa una
famiglia indebitata su dieci».
STATISTICA MEGLIO DEI SONDAGGI - Nel corso del suo intervento il
Governatore ha sottolineato il ruolo fondamentale della statistica
indipendente per le decisioni di politica economica. «La statistica -
dice Draghi - è essenziale per la politica economica: rivelando la
realtà scuote le persone dall'ignoranza, comoda per giustificare
l'inerzia dei loro comportamenti, prepara e informa il consenso
politico necessario per l'azione conseguente, a cui dà il sostegno
essenziale per misurarne l'intensità e la precisione. Perciò la
discussione della politica economica deve ancorarsi a informazioni
quantitative da tutti ritenute affidabili, più che a sondaggi spesso
espressione di un'opinione pubblica largamente disinformata. È quindi
fondamentale il ruolo della statistica ufficiale: la sua qualità
soddisfa standard internazionali, è sottoposta allo scrutinio oculato
della comunità scientifica. Per questo la sua indipendenza è essenziale
e va tutelata in ogni suo aspetto».
IMMIGRAZIONE - Draghi ha poi parlato di immigrazione spiegando
che non c'è evidenza statistica che alcune tipologie di reato siano
collegate all'immigrazione: «Lo scorso anno, uno dei primi lavori
econometrici su questo tema con il contributo di un ricercatore della
Banca sulla base di dati amministrativi del Ministero della Giustizia e
dell'Interno non ha trovato evidenza che tipologie di reato come i
crimini contro il patrimonio, contro la persona e le violazioni della
legge sugli stupefacenti siano da attribuire direttamente
all'immigrazione».
| inviato da sammarcanda il 18/12/2009 alle 12:36 | |
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18 dicembre 2009
Santoro e Travaglio sotto tiro dal PdL: «Brigatisti dell’odio»

di Federica Fantozzi
Piove,
Travaglio ladro: è forse l’unica accusa che dal centrodestra non gli
hanno rivolto. Lui scherza: «Ho messo in fila la collezione di insulti
che mi ha rivolto negli anni il Partito dell’Amore...». La risposta
vera è affidata all’arena di Annozero, puntata dal titolo eloquente «I
mandanti», sorvegliata speciale da vertici Rai e Agcom e la cui visione
il fedele Bonaiuti ha «sconsigliato» al Berlusconi convalescente.
Puntata incandescente, con scambi aspri tra Di Pietro e Maurizio Lupi.
Avviata dal Buon Natale collettivo di Santoro: al premier «perché la
violenza mi fa orrore», ai giornali «che lavorano con onestà:
Repubblica, il Fatto, l’Unità», a Travaglio, e, provocatoriamente, a
Spatuzza: «So chi è, ha fatto cose orrobili, ma ora parla e nella
verità c’è il suo riscatto». Con buona pace dell’auspicio casiniano di
ingabbiare i falchi e liberare le colombe, nel PdL la linea resta
quella di Cicchitto, che ha individuato i mandanti di Piazza Duomo nel
gruppo Espresso-Repubblica, nel Fatto «mattinale delle procure», nel
giornalista torinese «terrorista mediatico ». E pur tacciato con
durezza da Ezio Mauro di «trasformare l’aula parlamentare in bivacco
piduista», non arretra, e anzi riceve soccorso stampa.
IL MATTO E LE «BRIGATE DELL’ODIO» Missione:
far passare il messaggio che dietro «il picchiatello» che ha colpito il
premier ci siano «i brigatisti dell’odio, belve assetate di sangue,
nell’attesa che gli venga segnato il bersaglio», e ovviamente Travaglio
tra «i cultori dell’odio». (editoriale di Panorama, che segue
unacopertina con l’ormai familiare volto insanguinato del premier e la
scritta «Wanted. Vivo o morto»). Il Giornale fa un ulteriore salto di
qualità, attribuendo in prima pagina persino la bomba anarchica alla
Bocconi a «fans di Santoro e Travaglio, che li ha confortati e forse
incoraggiati sostenendo che è giusto odiare e augurarsi la morte fisica
degli avversari... Se Di Pietro fa l’equazione Berlusconi uguale
Mussolini, prima o poi accade piazzale Loreto». Il tentativo, oltre che
violento, è chiaro: cavalcare il gesto folle di un singolo per
scoraggiare (è un eufemismo) le critiche al premier. Se ne è accorta la
Fnsi: «La gravissima aggressione, subito condannata da tutti i media,
sta diventando pretesto per intimidire e imbavagliare giornalisti
critici. Chi cerca lì i mandanti morali dà un contributo potente
all’ulteriore avvelenamento del clima». No, insomma, a «manovre
censorie». E Di Pietro, ieri, ha agitato l’aula di Montecitorio
assopita dalla fiducia sulla Finanziaria: «Voi criminalizzate come
terroristi coloro che, come Travaglio, cercano di aprire gli occhi ai
cittadini - ha detto rivolgendosi al governo - Mettete a rischio la
vita di queste persone. Dire che Travaglio è un terrorista mediatico è
emanare una sentenza di morte». Intanto la raccolta firme per il
giornalista tocca le 40mila adesioni. A partire da Barbara Spinelli:
«Senza di lui ci sarebbe molto buio sulla storia italiana che si sta
facendo in questi anni ».
| inviato da sammarcanda il 18/12/2009 alle 11:33 | |
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18 dicembre 2009
Maroni rimuove il prefetto di Venezia
CORRIERE DEL VENETO.it
La Lega aveva accusato Gallerano d’essere morbido sui sinti. Insorge il centrosinistra. Galan: «Mala tempora»
 Il
ministro degli Interni Maroni con la presidente della Provincia
Francesca Zaccariotto ed il prefetto Michele Lepri Gallerano
(Pattaro/Vision)
VENEZIA – Avevano sperato nella
sua rimozione nei corridoi della Provincia all'indomani del
trasferimento di sinti veneziani. Lo avevano chiesto ad alta voce due
settimane fa in occasione della tappa veneziana del ministro degli
Interni Roberto Maroni per la festa dei Vigili del Fuoco. Ed è
successo. Su richiesta dei leghisti veneziani, Michele Lepri Gallerano
non è più il prefetto di Venezia e sarà sostituito a breve da Luciana
Lamorgese. La decisione inappellabile e finale è stata presa dal
Consiglio dei Ministri su indicazione dello stesso Maroni che,
proponendo ventitré nuove nomine in un valzer di prefetti ha collocato
Lepri Gallerano «in posizione di fuori ruolo presso la Presidenza del
Consiglio dei Ministri per assumere l'incarico di Commissario dello
Stato per la Regione Sicilia».
Ma quello che può sembrare sulla cartaun avanzamento di carriera,
si è rapidamente trasformato in una bomba politica che ha fatto
insorgere l'intero centrosinistra veneziano e spaccato anche il
centrodestra già in delicato equilibrio per la recente nomina di un
leghista a candidato della Regione Veneto. Ed è infatti stato il
presidente Giancarlo Galan il primo a criticare la decisione di Maroni
appellandosi perfino al latino. «Mala tempora currunt quando si
verificano queste coincidenze – ha detto – I prefetti come le nuvole
vanno, vengono. Ma tutto ciò non è sempre un bene. Se accade a Venezia
poi non è per nulla un bene». Perché anche se i fax del ministero non
fanno alcun riferimento alle motivazioni del trasferimento del
prefetto, è difficile non leggere in questa promozione-rimozione, a
soli quattro mesi dall'insediamento, un'azione di forza della Lega, in
vista, tra l'altro, delle prossime elezioni comunali della città
lagunare, in concomitanza con quelli regionali.
«E' una decisione indecente e un episodio di gravità eccezionale
– ha affermato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari che ha perfino
telefonato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per
fermare la procedura di avvicendamento – è stato rimosso per ragioni
esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica perché gli si
imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità dei
sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio». Non è un mistero d'altra
parte che i rapporti tra il prefetto e gli esponenti della Lega
veneziana avevano raggiunto il loro apice di tensione proprio la notte
del trasloco tra il 24 e il 25 novembre. A scatenare l'ira del
Carroccio era stato il fatto che Lepri Gallerano, avvertito per tempo
da Ca’ Farsetti, non avrebbe comunicato i tempi e i modi del
trasferimento al ministro Roberto Maroni, con il quale stava cenando in
occasione del G8 di San Servolo la sera del 24 novembre. Nulla di
strano dunque secondo gli uomini del Carroccio, che spingono sul tasto
fiduciario che effettivamente la legislazione prefettizia sancisce nero
su bianco.
«E' una questione che riguarda il ministroRoberto Maroni,
che ha saputo del trasferimento dei sinti dai giornali della mattina
dopo e non dal prefetto – ribatte il parlamentare Corrado Callegari –
La Lega veneziana non c'entra sulle nomine. L'aggressività e la
volgarità di Cacciari sono fuori luogo e non meritano proprio nessun
commento». Ma l'equazione è già stata fatta. E se alcuni (i Verdi,
Rifondazione e l'Italia dei Valori) hanno azzardato un paragone tra le
pressioni della Lega veneziana e le decisioni del ventennio fascista,
non si può negare che esista un asse preferenziale tra Francesca
Zaccariotto e il ministro Roberto Maroni, suo collega di partito e di
corrente, e che la presidente della Provincia avesse chiesto già in più
occasioni allo stesso Maroni di usare il suo ruolo per rimuovere Lepri
Gallerano. Poco importa dunque che era stato proprio il ministro degli
interni a trasferirlo da Padova a Venezia quando la Provincia era già
saldamente in mano al centrodestra e alla presidente Zaccariotto. I
tradizionali auguri di Natale che il prefetto farà oggi a tutti gli
esponenti politici veneziani saranno anche un addio alla città
lagunare.
Alessio Antonini
| inviato da sammarcanda il 18/12/2009 alle 11:0 | |
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16 dicembre 2009
Bankitalia: le famiglie italiane sono ancor più povere

È diminuita la ricchezza netta delle famiglie italiane nel 2008. E
risulta anche sempre più concentrata: il 10% più ricco ne detiene il
44%, mentre la metà più povera arriva appena al 10%. Alla fine del
2008, segnala la Banca d'Italia, la ricchezza netta per famiglia
ammontava complessivamente a circa 348 mila euro. A prezzi costanti si
tratta di un calo del 6,5% (-3,5% a prezzi correnti), tale da riportare
il dato sui livelli di inizio decennio. La ricchezza netta pro capite
ammontava invece a circa 138 mila euro: a prezzi correnti è scesa del
2,6% sul 2007, a prezzi costanti del 5,6%. Nel complesso, la somma
delle attività reali e finanziarie al netto delle passività finanziarie
risultava alla fine dell'anno scorso pari a circa 8.284 miliardi di
euro. Il calo a prezzi correnti è pari all'1,9% (161 miliardi), come
risultato di una rilevante riduzione delle attività finanziarie (-8,2%)
e di un aumento delle passività (+3%), mentre la dinamica delle
attività reali è risultata positiva benchè meno sostenuta (3%) di
quella degli anni precedenti. A prezzi costanti, la riduzione della
ricchezza complessiva rispetto al 2007 è risultata pari al 5% (circa
433 miliardi del 2008).
Secondo stime preliminari, nel primo
semestre 2009, la ricchezza netta delle famiglie sarebbe rimasta
sostanzialmente invariata. Alla fine del 2008 le attività reali
rappresentavano circa il 69% della ricchezza netta (5.715 miliardi), le
attività finanziarie circa il 41% (3.374 miliardi) e le passività
finanziarie circa il 10% (805 miliardi). «Rispetto ai precedenti anni»,
si legge nel documento di via Nazionale, «la quota di ricchezza netta
in attività reali è cresciuta, mentre quella detenuta in attività
finanziarie ha subito una riduzione. La crescita della quota in
passività finanziarie è stata lenta ma costante», sebbene il livello
resti ancora piuttosto basso nel confronto internazionale. L'ammontare
di passività delle famiglie italiane è infatti pari al 74% contro il
100% di Germania e Francia, il 130% degli Stati Uniti, il 140% del
Canada e il 180% del Regno Unito.
Alla fine del 2008 la
ricchezza in abitazioni detenuta dalle famiglie italiane ammontava a
circa 4.700 miliardi di euro, corrispondenti a circa 196.000 euro in
media per famiglia. Il dato, a prezzi correnti, è cresciuto tra il 2007
e il 2008 di circa il 2,8% (circa 127 miliardi), un valore inferiore al
tasso medio annuo del periodo 1995-2007 (circa il 6,6%), a causa del
rallentamento del mercato immobiliare. In termini pro capite la
crescita della ricchezza in abitazioni è stata inferiore, pari al 2,1%,
dato l'aumento della popolazione pari allo 0,7% nello stesso periodo. A
prezzi costanti la variazione della ricchezza in abitazioni rispetto al
2007 è risultata lievemente negativa, pari a -0,4% complessivamente e a
-1,1% in termini pro capite. Sempre alla fine dell'anno scorso il 43,8%
delle attività finanziarie era detenuto in obbligazioni private, titoli
esteri, prestiti alle cooperative, azioni, partecipazioni e fondi
comuni di investimento. Il contante, i depositi bancari e il risparmio
postale rappresentavano meno di un terzo del complesso delle attività
finanziarie, mentre la quota investita direttamente dalle famiglie in
titoli pubblici italiani era pari a poco più del 5%. Le riserve
tecniche di assicurazione ammontavano al 17,4% del totale delle
attività finanziarie.
Tra il 2007 e il 2008 si è registrata
una ricomposizione dei portafogli delle famiglie verso forme di
investimento meno rischiose e più liquide. La quota detenuta in
depositi bancari e in risparmio postale è cresciuta, infatti, di quasi
4 punti percentuali. Anche quella delle obbligazioni private è salita,
passando dal 10,9 al 13,4 %. Per converso, l'ammontare detenuto in
azioni e fondi comuni è diminuito, rispettivamente, di 7,1 e 2,3 punti
percentuali. È rimasta stabile la quota di attività finanziarie delle
famiglie detenuta in titoli di Stato italiani.
A fine 2008,
le passività finanziarie delle famiglie italiane erano costituite per
circa il 35% da mutui per l'acquisto dell'abitazione. La quota di
indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 12%, mentre
gli altri prestiti personali al 26%. I debiti commerciali e gli altri
conti passivi costituivano il 23% delle passività delle famiglie. Tra
il 2007 e il 2008 il valore dei mutui per l'acquisto dell'abitazione è
aumentato solo dello 0,6%, interrompendo la rapida crescita registrata
negli anni precedenti (il tasso medio di crescita annuale tra il 1995 e
il 2007 è stato di oltre il 15%). Una decelerazione ha caratterizzato
anche il credito al consumo, dal 22,2% in media nel periodo 1995-2007,
al 4,8% nell'ultimo anno. I debiti commerciali hanno invece accelerato.
| inviato da sammarcanda il 16/12/2009 alle 12:47 | |
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15 dicembre 2009
Lo scandalo Wind si allarga con l’arresto di Salvatore Cirafici

Lo scandalo Wind s’allarga. Entrano in scena i servizi segreti, con il vice-direttore dell'Aisi Paolo Poletti e vecchie conoscenze delle indagini Why Not e Poseidone, come il senatore calabrese del Pdl Giancarlo Pittelli.
L’arresto di Salvatore Cirafici,
direttore della security Wind, ora rischia di diventare un ciclone.
Parliamo dell’uomo che, per conto di Wind, ha gestito le richieste di
intercettazioni avanzate dalle procure di tutta Italia: è agli arresti
domiciliari dall'11 dicembre. È stato arrestato su richiesta del pm di
Crotone Pierpaolo Bruni, che lo indaga per concorso
in rivelazione del segreto d'ufficio, favoreggiamento, falso e
induzione a rendere false dichiarazioni. L'inchiesta, che all'inizio si
concentra sulle centrali energetiche del crotonese, vira sulla Wind
quando il pm scopre un fatto strano: un maggiore dei carabinieri, Enrico Grazioli,
sul quale stava indagando, sapeva di essere intercettato. Secondo
l'accusa, glielo aveva riferito proprio Cirafici, ma questo è soltanto
il primo passo.
Il pm scopre che Cirafici è in grado di
sapere, praticamente in tempo reale, che la procura di Crotone sta
avviando accertamenti anche su di lui. Quando il pm Bruni chiede di
accertare l'intestatario di un numero Wind, la società risponde che si
tratta di un numero “disattivo”. Il pm insiste. Sa bene che quel numero
è attivo: ha intercettato una conversazione, che il maggiore Grazioli
intratteneva proprio con l'intestatario di quel cellulare, quindi non
ha dubbi. Il pm insiste e la Wind, finalmente, risponde che
quell'utenza, in realtà, non è disattiva: appartiene proprio a
Cirafici. Nasce così un sospetto ulteriore: che esistano utenze
“criptate”, “disattive” soltanto in apparenza, mentre in realtà sono
operative. Il sospetto è grave. Il “sistema” potrebbe eludere qualsiasi
indagine. S'era forse messo in moto un sistema, basato su utenze
“criptate”, che poteva consentire di depistare le indagini? È presto
per dirlo. Ma è proprio il maggiore Grazioli a rivelare, durante un
interrogatorio, d'aver saputo, dallo stesso Cirafici, che aveva “la
disponibilità di schede telefoniche Wind non intestate e non
riconducibili ad alcuno: erano quindi delle schede coperte, pertanto di
pressoché impossibile riconducibilità a un soggetto, qualora fosse
stata inoltrata specifica richiesta di intestatario da parte
dell’Autorità Giudiziaria”. Non solo. “La tipologia di schede Wind di
cui sopra”, continua Grazioli, potrebbero essere state “consegnate e
date per l’uso anche a soggetti ricoprenti ruoli istituzionali di primo
piano”. Nella richiesta d'arresto, poi disposta dal gip di
Crotone Gloria Gori, si leggono nuovi, importanti retroscena. Grazioli
aveva seguito, come investigatore della polizia giudiziaria, le
indagini Why Not e Poseidone.
Tra gli indagati all'epoca, poi archiviato, anche il senatore del Pdl
Giancarlo Pitelli. Interrogato da Bruni, Grazioli rivela: “Ritengo che
Pittelli e Carchivi (nessuno dei due è indagato)
volessero utilizzarmi come strumento per colpire appartenenti alle
istituzioni che, secondo un loro distorto giudizio, compivano e
compiono attività investigativa nei confronti di soggetti a loro
vicini”. Poiché Grazioli e Pittelli entrano in contatto dopo Why Not e Poseidone,
il riferimento è da intendersi a indagini successive, ma sono
interessanti gli ulteriori passaggi dell'interrogatorio. Grazioli è
interessato a un'assunzione nei servizi segreti. Cirafici mostra di
volergli dare una mano. Ed è proprio per questo motivo, secondo
l'accusa, che il direttore della Security Wind avvisa il maggiore che è
sotto indagine: una pendenza pena-le, infatti, avrebbe compromesso
l'operazione. Durante le intercettazioni, però, il pm sente nominare un
certo “Paolino”. Di chi si tratta? Di Paolo Poletti,
vice direttore dell'Aisi, e a spiegarlo è sempre Grazioli, che conferma
l'interessamento di Cirafici, attraverso Poletti (non indagato, ndr),
per un posto nei servizi. Ma in un altro passaggio Grazioli rivela:
“Cirafici mi chiedeva di attivarmi al fine di conoscere il contenuto
dell'investigazione di cui, io e lui, eravamo oggetto (quella di Bruni,
ndr). Mi disse che avrebbe interessato Pittelli e Poletti per ricevere
informazioni”.
| inviato da sammarcanda il 15/12/2009 alle 16:45 | |
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